
Di Patrizia Genovesi
Parlare di Maria Vittoria Backhaus significa raccontare la storia di una donna che non ha mai avuto paura di cambiare strada. Nata a Milano nel 1942, cresciuta tra gli anni del boom economico e delle rivoluzioni culturali, ha iniziato la sua carriera con il reportage sociale. Fotografa le fabbriche, i sindacati, le feste di paese, persino i concorsi per cani. Racconta l’Italia vera, quella che non finiva sulle copertine patinate. Ma essere donna negli anni ’60 non era facile: le redazioni preferivano mandare i colleghi uomini.
Così Maria Vittoria capisce che, se vuole vivere di fotografia, deve trovare un’altra via.
La trova, e che via. Grazie all’incontro con Walter Albini e con il mondo di Vogue, porta il suo occhio curioso e ironico dentro la moda e il design. Invece di limitarsi a fotografare abiti e mobili, costruisce storie. Una borsa di lusso diventa più interessante se da dentro esce una fetta di mortadella. Una modella può sembrare una persona comune, seduta su un pullman, anche se indossa Prada. Un Rolex o un paio di Ray-Ban finiscono in un altarino kitsch, circondati da fiori finti e palme di plastica. Backhaus non fotografa mai solo “cose belle”: gioca, provoca, racconta.
Il suo segreto è l’ironia. Non quella che prende in giro, ma quella che libera. L’ironia che ti permette di smontare i cliché e di guardare il mondo da un’altra angolazione. “La tecnica la devi conoscere e dimenticare, per concentrarti sul racconto”, diceva. E infatti ogni sua immagine – che sia un reportage di fabbrica, un servizio per Casa Vogue o un collage fatto con le statue votive di Filicudi – diventa racconto, memoria, interpretazione.
E poi c’è il gioco. Maria Vittoria non ha mai smesso di giocare. Costruiva presepi in miniatura per i nipoti, li fotografava e ogni anno li trasformava in un’allegoria dell’attualità: la guerra, la tecnologia, l’ambiente. Realizzava collage con le Madonne dell’isola, trasformandole in icone pop.
Pubblicava fanzine casalinghe piene di invenzioni, come un armadio rosa traboccante di macchine fotografiche. Una fotografa che prende sul serio solo una cosa: la libertà di creare.
Nonostante venisse da una famiglia “ingombrante” – era nipote di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce – Backhaus scelse di essere la “pecora rossa” dei suoi. Militante di sinistra, ironica e anticonformista, ha sempre vissuto controcorrente. Non accettò mai di essere ingabbiata: né come donna, né come artista, né come “fotografa di moda”. Era tutto questo, e molto di più.
Negli ultimi anni, finalmente, è arrivato il riconoscimento che meritava. Premio alla Carriera Arturo Ghergo nel 2021, un volume FIAF a lei dedicato nel 2024, grandi retrospettive come quella al Castello di Casale Monferrato (2023) e alla Cavallerizza di Brescia (2025). Pochi mesi dopo quella mostra, nel settembre 2025, Maria Vittoria Backhaus ci ha lasciati.
La sua eredità è notevole. Non solo un archivio di fotografie che raccontano cinquant’anni di storia italiana, ma soprattutto una lezione: guardare il mondo con occhi curiosi, ribaltare i punti di vista, usare l’ironia per smontare la retorica e raccontare la vita come un gioco serio. È questo che rende Maria Vittoria Backhaus una voce libera e attuale, oggi più che mai.
Un riconoscimento importante del ruolo di Maria Vittoria Backhaus arriva dall’AFIP International – Associazione Fotografi Italiani Professionisti, la più autorevole organizzazione di categoria in Italia. Fondata per dare voce ai fotografi, l’AFIP riunisce da decenni figure storiche e autori contemporanei, diventando un punto di riferimento imprescindibile. L’associazione promuove la tutela della professione, la diffusione della cultura visiva e la creazione di occasioni di confronto ad alto livello. Entrare nel circuito AFIP significa essere riconosciuti dai colleghi come parte della comunità professionale di vertice. Nel 2020 Backhaus è stata invitata alla Triennale di Milano per una lectio magistralis intitolata Fuori moda, organizzata proprio dall’AFIP. L’iniziativa non fu soltanto un omaggio, ma la testimonianza di quanto il suo lavoro fosse apprezzato in ambito istituzionale e professionale. Essere protagonista di quell’evento la collocò accanto ai nomi più importanti della fotografia italiana, confermandone l’autorevolezza. Questo rapporto con l’AFIP aggiunge un tassello decisivo alla lettura della sua carriera: non solo fotografa ironica e sperimentatrice, ma anche riconosciuta a pieno titolo nella cerchia dei professionisti più stimati.
Del workshop tenuto da Maria Vittoria Backhaus.
Foto: Marina Alessi

