
IDENTITY – Città, sguardi e soggetti in un mondo senza luogo
Nel cuore di ogni epoca si forma un’idea implicita di identità. Non una definizione teorica, ma un insieme di condizioni che rendono possibile dire “io”. Oggi, queste condizioni stanno cambiando. Le tecnologie digitali, le intelligenze artificiali, gli ambienti virtuali ridefiniscono i modi con cui ci pensiamo, ci rappresentiamo e ci relazioniamo agli altri. La mostra IDENTITY, allestita presso la Open Studio Gallery di Roma, parte da questa trasformazione e la mette in scena attraverso tre assi tematici: l’ambiente urbano, la relazione con il digitale, e lo sguardo fotografico come forma attiva di coscienza.
Le sezioni dedicate a Garbatella e Copenhagen non sono semplici “ritratti di città”, ma occasioni per riflettere su due modelli diversi di costruzione del sé. Garbatella, con la sua storia di città giardino, rivela un’idea di identità fondata sulla prossimità e sulla memoria condivisa: cortili, ballatoi, giardini che non sono arredo urbano, ma spazi relazionali, capaci di produrre appartenenza. Copenhagen, al contrario, ci mostra un’identità proiettata verso il futuro: adattiva, flessibile, performativa. Una città costruita per muoversi e per cambiare, dove l’abitare è interfaccia più che radicamento.
L’identità, qui, non è raccontata in modo didattico. È evocata attraverso fotografie, video, suoni, dispositivi interattivi. E, soprattutto, attraverso una riflessione implicita su che tipo di soggetto producono questi spazi. In un’epoca in cui anche il digitale è diventato ambiente abitativo, ci si può chiedere: siamo ancora capaci di sentirci collocati in un luogo? E cosa accade quando l’ambiente non restituisce orientamento, ma solo visibilità?
È in questo contesto che prende forma la visione curatoriale e artistica di Patrizia Genovesi, ideatrice e autrice di IDENTITY, che in mostra è presente con opere fotografiche e installazioni originali, oltre che come curatrice dei contenuti. Il suo sguardo, compositivo, teorico, ma anche percettivo, ha costruito l’intero impianto della mostra: dalla scelta dei luoghi alla riflessione sui linguaggi dell’intelligenza artificiale, dall’organizzazione degli spazi alla struttura concettuale che tiene insieme corpi, città e coscienze. È una visione che non impone se stessa, ma genera contesto: lascia parlare le immagini, orienta senza occupare, interroga senza spiegare. La sua presenza, anche come fotografa AFIP, garantisce che il dialogo tra i linguaggi sia sempre vivo, aperto, coerente.
Questo è il punto in cui la presenza degli autori AFIP si inserisce come un controcanto decisivo. Senza spiegare il tema, i loro lavori lo mettono alla prova.
La fotografia di Francesco Lupò, ad esempio, materializza la percezione di essere costantemente osservati: una sala di “volti che guardano” dove l’ambiente sembra ostile, e il soggetto è esposto senza protezione.
Roberto Ghislandi, con la sua linea produttiva fotografata, racconta l’identità come punto di vista interno a un sistema tecnico: non esterno alla macchina, ma implicato in essa.
Andrea Rovatti lavora sull’ambiguità della percezione: i suoi manichini realistici mettono in crisi lo sguardo, ricordandoci che l’identità visiva è una costruzione fragile, spesso ingannevole.
Veronica Carullo propone una luce che rivela ciò che normalmente resta invisibile: l’identità come punto di contatto tra esterno e interno, tra dato e vissuto.
Ruggero Giuliani, infine, esplora il tema della moltiplicazione identitaria nel digitale: volti iconici scomposti, replicati, manipolati, che diventano simboli della crisi del sé unificato.
Questi lavori non sono “interpretazioni del tema”: sono espressioni autoriali autonome, capaci di rendere visibile il conflitto tra rappresentazione e verità, tra apparenza e struttura. È qui che la mostra acquista densità: lo spazio non è solo architettonico, ma anche mentale, simbolico, linguistico. E lo sguardo fotografico diventa uno strumento per riconfigurarlo.
IDENTITY non offre una teoria dell’identità, ma la mette in discussione. Con grazia e precisione, l’allestimento alterna dispositivi multimediali, guida AI, QR/NFC e momenti di lettura più lenta, chiedendo al visitatore non solo di osservare, ma di situarsi. Non c’è una conclusione rassicurante. Solo una domanda: quando tutto cambia, spazio, linguaggio, tecnologia, dove finisce l’identità? E da dove ricomincia?