{"id":593,"date":"2013-02-20T11:45:00","date_gmt":"2013-02-20T10:45:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.afipinternational.com\/news\/2013\/02\/20\/quella-certa-estetica-del-dolore\/"},"modified":"2013-02-20T11:45:00","modified_gmt":"2013-02-20T10:45:00","slug":"quella-certa-estetica-del-dolore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/2013\/02\/20\/quella-certa-estetica-del-dolore\/","title":{"rendered":"Quella certa estetica del dolore"},"content":{"rendered":"<table cellpadding=\"0\" cellspacing=\"0\" style=\"margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;\">\n<tbody>\n<tr>\n<td style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/1.bp.blogspot.com\/-anipDHeaoUE\/USO0ROQ7rjI\/AAAAAAAAHMc\/bFYqRXqTg0Q\/s1600\/worldpressphoto.jpg\" style=\"margin-left: auto; margin-right: auto;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"0\" height=\"425\" src=\"http:\/\/1.bp.blogspot.com\/-anipDHeaoUE\/USO0ROQ7rjI\/AAAAAAAAHMc\/bFYqRXqTg0Q\/s640\/worldpressphoto.jpg\" width=\"640\" \/><\/a><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td style=\"text-align: center;\"><i><span style=\"font-family: Georgia, Times New Roman, serif;\">Paul Hansen &#8211; Gaza Burial (World Press Photo of the year)<\/span><\/i><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<div style=\"text-align: justify;\">\n<div style=\"text-align: left;\"><\/div>\n<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Rari sono i momenti in cui i temi della Fotografia, quella con la <i>F <\/i>maiuscola, assurgono al dibattito pubblico e occupano un posto di rilievo nell&#8217;informazione.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Uno di questi momenti sembra essere l&#8217;annuale premiazione del Word Presso Photo, che ormai sembra far pi\u00f9 notizia non per i temi che tratta quanto per il modo. In questi giorni infatti si fa un gran parlare della foto vincitrice di questa edizione, ovvero lo scatto di Paul Hansen che vedete in testa a questo articolo. Paradossalmente il discorso verte non sulla drammaticit\u00e0 della situazione rappresentata, ma sul fotoritocco apportato all&#8217;immagine.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">&#8220;\u00c8 giusto&#8221;, si chiedono in molti, &#8220;ritoccare cos\u00ec pesantemente un&#8217;immagine come questa per renderla pi\u00f9 appetibile e quasi patinata, in barba all&#8217;argomento trattato? \u00c8 giusto vincere un premio per uno scatto del genere, cos\u00ec crudo, sfruttando il dolore della gente?&#8221;<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Gi\u00e0 altri ne hanno discusso, e di certo la risposta definitiva non verr\u00e0 da questo post n\u00e9 dal sottoscritto. Quel che si pu\u00f2 fare \u00e8 cercare di fare un breve focus, esulando dai facili sensazionalismi e dai discorsi pi\u00f9 consoni ad una sala d&#8217;attesa.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Ne ha scritto, si diceva, Renata Ferri (<a href=\"http:\/\/www.ilpost.it\/renataferri\/2013\/02\/18\/world-press-photo-2013-cercando-altre-storie\/\">qui<\/a>), gi\u00e0 per due volte nella giuria finale del Word Press. Ne ha scritto Michele Smargiassi su Repubblica (<a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/spettacoli-e-cultura\/2013\/02\/19\/news\/world_press_photo_ritocco-52942610\/?fb_action_ids=4789746214668&amp;fb_action_types=og.recommends&amp;fb_source=other_multiline&amp;action_object_map=%7B%224789746214668%22%3A151351975023098%7D&amp;action_type_map=%7B%224789746214668%22%3A%22og.recommends%22%7D&amp;action_ref_map\">qui<\/a>). A mio avviso gi\u00e0 questi due articoli affrontano bene l&#8217;argomento, pur non risolvendolo, perch\u00e9 tanto si potrebbe parlare a proposito e da tanto tempo, come si sa, se ne parla.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">La postproduzione esiste da sempre, da ben prima della nascita di Photoshop, e da sempre \u00e8 utilizzata. Non solo, ma molte delle fotografie di guerra divenute famosissime sono anche frutto di una messinscena, o presunta tale. Basterebbe citare il caso del <i>Miliziano morente<\/i> di Robert Capa come emblema di questo dibattito. Eppure nessuno, oggi, negherebbe il valore iconico e sociale di queste immagini. Nella foto di Hansen, tra l&#8217;altro, il fotoritocco si limita, come nella gran parte delle foto di reportage, ad un aggiustamento dei toni, della cromia e delle luci, senza nulla modificare dall&#8217;originale ma semplicemente esaltando ci\u00f2 che gi\u00e0 c&#8217;\u00e8.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">L\u00ec dove pi\u00f9 che il fotoritocco c&#8217;\u00e8 stato il &#8220;taroccamento&#8221; della foto, l&#8217;autore \u00e8 stato velocemente scoperto e la sua carriera troncata. Oggi, a differenza di prima, \u00e8 molto pi\u00f9 facile trovare la foto tarocca, e la gogna mediatica \u00e8 immediata e ha vasta eco.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Si potrebbe discutere come questo tipo di color correction, ormai diffusissimo, abbia in realt\u00e0 creato un effetto di appiattimento tra gli autori, coadiuvato dall&#8217;uso quasi onnipresente del grandangolo, a scapito di un&#8217;estetica e di un linguaggio personale. La postproduzione \u00e8 talmente simile che spesso si fa fatica a distinguere un autore da un altro. Inoltre la ridondanza dei temi trattati, dei luoghi ripresi e delle situazioni di certo non aiutano a distinguere il tratto personale dell&#8217;autore. E creano, nell&#8217;osservatore, quello che qualcuno ha definito <i>anestesia al dolore<\/i>.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 anche chi, chiedendosi se sia giusto incentrare il fotogiornalismo sulla tragedia, sulla morte, sulla sofferenza, propone di abolire il Word Press Photo (<a href=\"http:\/\/www.puntodisvista.net\/2013\/02\/world-press-photo-2013-aboliamo-world-press-photo\/\">qui<\/a>). \u00c8 un&#8217;opinione, sicuramente una valida riflessione, ma abolire il premio non porrebbe sicuramente fine alla pi\u00f9 o meno presunta mercificazione del dolore n\u00e9 tantomeno fermerebbe i fotografi.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Come ha gi\u00e0 notato la Ferri:<\/div>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p><i>Colonizzatori di tragedie, un esercito d\u2019occupazione del dolore, sono i fotogiornalisti improvvisati, ingenui, spesso sprovveduti che cercano nella foto sensazionale il riscatto a una carriera modesta o incerta. Non vale per tutti ovviamente e non \u00e8 rivolto a nessuno in particolare ma certo, da quando questo mondo globale del dolore e delle guerre \u00e8 a portata di volo low cost, \u00e8 diventato un teatro accessibile per qualsiasi desiderio di veloce fama, a scapito di una ricerca consapevole, originale e rispettosa.<\/i><\/p><\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 un po&#8217; paradossale, al contempo, che proprio il vasto pubblico critichi quel certo utilizzo della postproduzione quando quello stesso pubblico \u00e8 subissato per ogni dove da immagini pesantemente manipolate e spesso, quando prodotte da chi con la Fotografia (sempre quella con la <i>F<\/i> maiuscola) ha un rapporto pressappoco nullo, giocoso, hobbystico, di scarsissimo valore.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">L&#8217;abbassamento del gusto sta diventando il vero vulnus della questione fotografica, perch\u00e9 inizia anche a coinvolgere chi le foto le pubblica e chi ci lavora. Ma questo \u00e8 un&#8217;altra questione. Nonostante tutto, il vasto pubblico avverte che davanti al dolore, alla tragedia, alla morte, si debba avere un confronto rispettoso e delicato come con il sacro, e forse per questo non perdona una manipolazione estetica, anche se funzionale. Il dolore non ha bisogno di abbellimenti.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Ma la Fotografia \u00e8 anche arte, sempre, e l&#8217;arte \u00e8 interpretazione. Se cos\u00ec non fosse, riesumate Picasso e chiedetegli di rifare Guernica, perch\u00e9 non \u00e8 oggettivo e realistico, ma troppo originale e d\u00e0 un&#8217;interpretazione troppo personale.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Qui poi ci sarebbe da discutere e spendere tante parole rievocando quanto detto sulla fotografia da Barthes, dalla Sontag e da tanti altri. Ma sono discorsi pi\u00f9 che noti e gi\u00e0 citati abbondantemente.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Voglio invece fare un&#8217;operazione diversa, portare il discorso a livelli pi\u00f9 comprensibili e semplici, come si fa in una discussione tra amici. E proprio da l\u00ec che prendo spunto. Da un post che ho scritto stamattina su Facebook, linkando l&#8217;articolo di Smargiassi di cui sopra. Accompagnavo l&#8217;articolo con una breve riflessione, che riassume quanto detto in questo articolo: qual&#8217;\u00e8 il limite dell&#8217;estetica di fronte all&#8217;etica?<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Hanno risposto un po&#8217; di amici, fotografi per la maggior parte. Si \u00e8 discusso, si \u00e8 scherzato anche. Ma di tutti gli interventi, uno in particolare voglio riportare qui. \u00c8 un parere che ho espressamente richiesto, perch\u00e9 so che \u00e8 il punto di vista che finora \u00e8 mancato. \u00c8 un commento di Laura Silvia Battaglia (<a href=\"http:\/\/www.battgirl.info\/\">qui<\/a> il suo sito), cara amica e giornalista che da anni fa su e gi\u00f9 tra l&#8217;Italia e i paesi mediorientali, una di quelle che la guerra l&#8217;ha vista dal vivo e l&#8217;ha raccontata.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Laura \u00e8 stata generosa e invece di un breve commento, mi ha scritto un piccolo articolo, nel linguaggio amichevole e diretto dei social network (e per questo ancora pi\u00f9 efficace) che riporto letteralmente:<\/div>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p><i>L&#8217;estetica del ritocco sta in parte condizionando il lavoro dei fotografi, in parte modificando i gusti del pubblico. Ma il dato di fatto \u00e8 che i photoeditor (che sono gli unici a cui spettano una serie di responsablit\u00e0 e azioni decisionali) chiedono ai fotoreporter esattamente questo tipo di prodotto pi\u00f9 leccato. Se non photoshoppi non vendi. La domanda che dobbiamo farci \u00e8 perch\u00e8. Non \u00e8 solo una questione di tecnica ma una questione culturale. Ci\u00f2 che Hansen ha fatto su un&#8217;immagine, gli autori del documentario &#8220;Armadillo&#8221; (<\/i><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=n033-IZkVsw\">qui<\/a> il trailer<i>, N.d.A), l&#8217;hanno fatto su tutto il loro lavoro, che riguardava la partecipazione dei soldati danesi della Nato nella guerra in Afghanistan. Questo docu \u00e8 un trionfo della color, cio\u00e8 dell&#8217;estetica del photoshoppaggio sulla realt\u00e0 della guerra. Nel video tutto \u00e8 settato sui colori sabbia e verde, eliminando quasi completamente il magenta. Anche qui: perch\u00e9? E&#8217; una scelta estetica. Qual \u00e8 l&#8217;effetto di questa scelta estetica? L&#8217;Afghanistan che lo spettatore vede semplicemente non \u00e8 l&#8217;Afghanistan (lo dice una che c&#8217;\u00e8 stata due volte): la luce appare morbida, appena accennata; non c&#8217;\u00e8 la durezza e la crudezza del paesaggio. E, soprattutto, anche quando viene mostrato un soldato ferito, non c&#8217;\u00e8 rosso, non c&#8217;\u00e8 sangue. Ma qual \u00e8 dunque il messaggio? Il messaggio \u00e8 questo: il soldato danese \u00e8 perso in una landa desolata, fangosa e fumosa. Tutto \u00e8 poco chiaro, anche la morte. Ma chi la vede dallo schermo non la sente, quindi si illude di rimanerne lontano, distante. La guerra dunque, \u00e8 un incubo dal quale forse ne usciremo vivi ma \u00e8 un incubo meno grave del previsto. Adesso veniamo ad Hansen. Mi sembra evidente che la ricerca estetica di questo fotografo sia stata fondamentale. Ma, in questo caso, mi sembra che potenzi proprio una scelta etica: vale a dire mettere questo scatto a servizio della retorica della morte tipicamente Mediorentale, dove il martire va mostrato in una sorta di nuova e islamica piet\u00e0, il tutto in funzione politicamente antiisraeliana, oppure umanamente e semplicemente contro la follia della violenza e della guerra. Se posso essere sincera, avendo molti amici fotografi palestinesi che hanno fotografato i fratellini durante lo stesso percorso, da varie angolazioni e poi alla morgue, e pensando a tutte le foto di martiri che intasano i canali youtube che i ribelli siriani e prima libici mi mandano ogni giorno, dico che ben venga il lavoro di Hansen che ha messo una pratica occidentale abusatissima come il ritocco fotografico a servizio delle news in aree di crisi. Paradossalmente il messaggio che rilascia Hansen \u00e8 l&#8217;opposto di quello degli autori di Armadillo: questa color non mitiga ma risalta la morte, la rende molto pi\u00f9 tragica, meno ordinaria. E soprattutto la eternizza, la ferma per sempre a simbolo di una guerra che non ha mai fine. Certo, lo fa con gli stessi mezzi degli autori di Armadillo ma l&#8217;obiettivo \u00e8 esattamente il contrario di quello che hanno perseguito costoro. Infatti, perch\u00e9 nessuna polemica ha investito la &#8220;ricerca estetica&#8221; degli autori di Armadillo nel mostrarci la guerra in Afghanistan come una realt\u00e0 fumosa, anzi sono stati lodati per questo? Semplice, perch\u00e9 quando la morte ci riguarda in prima persona e non \u00e8 quella degli altri, ben venga illuderci che \u00e8 meno cruda. E la color vale quanto un analgesico. Stavolta invece, nel caso di Hanses intendo, la color vale di pi\u00f9 di un macchia di sangue palestinese perch\u00e9 di quelle macchie ne abbiamo viste tante, troppe, e non ci dicono pi\u00f9 nulla.<\/i><\/p><\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">Mi sembra che non ci sia molto altro da aggiungere, se non questo breve commento di un&#8217;altra cara amica, Alessandra Quadri, fotografa reportagista (<a href=\"http:\/\/alessandraquadri.photoshelter.com\/\">qui<\/a> i suoi lavori):<\/div>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p><i>La postproduzione \u00e8 sempre esistita ed il problema non \u00e8 etico se non manipola la realt\u00e0. Sicuramente non \u00e8 il primo caso di uso forzato di photoshop in concorsi di fotogiornalismo, ne&#8217;, di sicuro, \u00e8 il caso pi\u00f9 esasperato. Se la foto non \u00e8 stata manipolata (esistono modi per manipolare il raw) allora l&#8217;uso di photoshop della foto \u00e8 legittimo: il limite dipende dalla sensibilit\u00e0 della giuria. Ma si tratta di sensibilit\u00e0, quindi opinabile fin che si vuole, ma sacrosanta. Pi\u00f9 interessante \u00e8 per me \u00e8 capire i meccanismi della &#8220;questione culturale&#8221;, dell&#8217;estetica della post produzione, come diceva Laura qui sopra. Il perch\u00e8 il mercato continui a richiedere un certi tipi di prodotti e perch\u00e8 stia condizionando il lavoro dei fotografi, appiattendo lo stile e rendendo tutte le immagini di reportage sostanzialmente simili. Quasi nessuna foto rimane impressa nella memoria. E questo \u00e8 un vero peccato.<\/i><\/p><\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">Concludo con una riflessione brevissima e semplice. Questo perch\u00e9 viene da una persona che \u00e8 abituata per lavoro a riassumere concetti molto complessi e vasti in poche semplici parole: non \u00e8 facile spiegare certe cose ai ragazzi di seconda elementare.&nbsp;<\/div>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p><i>\u00c8 molto probabile che l&#8217;immagine originale, non manipolata, avrebbe avuto lo stesso effetto shockante, avrebbe reso il dolore nello stesso modo.<\/i>&nbsp;<i>Ma cos\u00ec lavorata, rende meglio l&#8217;atmosfera che il fotografo ha percepito in quel momento.<\/i><\/p><\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 la pellicola, o il sensore, sono pur sempre mezzi meccanici, e valgono ben poco senza l&#8217;interpolazione dell&#8217;animo umano.<\/div>\n<p><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><b>Giuseppe Biancofiore<\/b><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paul Hansen &#8211; Gaza Burial (World Press Photo of the year) Rari sono i momenti in cui i temi della Fotografia, quella con la F maiuscola, assurgono al dibattito pubblico e occupano un posto di rilievo nell&#8217;informazione. Uno di questi momenti sembra essere l&#8217;annuale premiazione del Word Presso Photo, che ormai sembra far pi\u00f9 notizia non per i temi che tratta quanto per il modo. In questi giorni infatti si fa un gran parlare della foto vincitrice di questa edizione, ovvero lo scatto di Paul Hansen che vedete in testa a questo articolo. Paradossalmente il discorso verte non sulla drammaticit\u00e0 della situazione rappresentata, ma sul fotoritocco apportato all&#8217;immagine. &#8220;\u00c8 giusto&#8221;, si chiedono in molti, &#8220;ritoccare cos\u00ec pesantemente un&#8217;immagine come questa per renderla pi\u00f9 appetibile e quasi patinata, in barba all&#8217;argomento trattato? \u00c8 giusto vincere un premio per uno scatto del genere, cos\u00ec crudo, sfruttando il dolore della gente?&#8221; Gi\u00e0 altri ne hanno discusso, e di certo la risposta definitiva non verr\u00e0 da questo post n\u00e9 dal sottoscritto. Quel che si pu\u00f2 fare \u00e8 cercare di fare un breve focus, esulando dai facili sensazionalismi e dai discorsi pi\u00f9 consoni ad una sala d&#8217;attesa. Ne ha scritto, si diceva, Renata Ferri (qui), gi\u00e0 per due volte nella giuria finale del Word Press. Ne ha scritto Michele Smargiassi su Repubblica (qui). A mio avviso gi\u00e0 questi due articoli affrontano bene l&#8217;argomento, pur non risolvendolo, perch\u00e9 tanto si potrebbe parlare a proposito e da tanto tempo, come si sa, se ne parla. La postproduzione esiste da sempre, da ben prima della nascita di Photoshop, e da sempre \u00e8 utilizzata. Non solo, ma molte delle fotografie di guerra divenute famosissime sono anche frutto di una messinscena, o presunta tale. Basterebbe citare il caso del Miliziano morente di Robert Capa come emblema di questo dibattito. Eppure nessuno, oggi, negherebbe il valore iconico e sociale di queste immagini. Nella foto di Hansen, tra l&#8217;altro, il fotoritocco si limita, come nella gran parte delle foto di reportage, ad un aggiustamento dei toni, della cromia e delle luci, senza nulla modificare dall&#8217;originale ma semplicemente esaltando ci\u00f2 che gi\u00e0 c&#8217;\u00e8. L\u00ec dove pi\u00f9 che il fotoritocco c&#8217;\u00e8 stato il &#8220;taroccamento&#8221; della foto, l&#8217;autore \u00e8 stato velocemente scoperto e la sua carriera troncata. Oggi, a differenza di prima, \u00e8 molto pi\u00f9 facile trovare la foto tarocca, e la gogna mediatica \u00e8 immediata e ha vasta eco. Si potrebbe discutere come questo tipo di color correction, ormai diffusissimo, abbia in realt\u00e0 creato un effetto di appiattimento tra gli autori, coadiuvato dall&#8217;uso quasi onnipresente del grandangolo, a scapito di un&#8217;estetica e di un linguaggio personale. La postproduzione \u00e8 talmente simile che spesso si fa fatica a distinguere un autore da un altro. Inoltre la ridondanza dei temi trattati, dei luoghi ripresi e delle situazioni di certo non aiutano a distinguere il tratto personale dell&#8217;autore. E creano, nell&#8217;osservatore, quello che qualcuno ha definito anestesia al dolore. C&#8217;\u00e8 anche chi, chiedendosi se sia giusto incentrare il fotogiornalismo sulla tragedia, sulla morte, sulla sofferenza, propone di abolire il Word Press Photo (qui). \u00c8 un&#8217;opinione, sicuramente una valida riflessione, ma abolire il premio non porrebbe sicuramente fine alla pi\u00f9 o meno presunta mercificazione del dolore n\u00e9 tantomeno fermerebbe i fotografi. Come ha gi\u00e0 notato la Ferri: Colonizzatori di tragedie, un esercito d\u2019occupazione del dolore, sono i fotogiornalisti improvvisati, ingenui, spesso sprovveduti che cercano nella foto sensazionale il riscatto a una carriera modesta o incerta. Non vale per tutti ovviamente e non \u00e8 rivolto a nessuno in particolare ma certo, da quando questo mondo globale del dolore e delle guerre \u00e8 a portata di volo low cost, \u00e8 diventato un teatro accessibile per qualsiasi desiderio di veloce fama, a scapito di una ricerca consapevole, originale e rispettosa. Ed \u00e8 un po&#8217; paradossale, al contempo, che proprio il vasto pubblico critichi quel certo utilizzo della postproduzione quando quello stesso pubblico \u00e8 subissato per ogni dove da immagini pesantemente manipolate e spesso, quando prodotte da chi con la Fotografia (sempre quella con la F maiuscola) ha un rapporto pressappoco nullo, giocoso, hobbystico, di scarsissimo valore. L&#8217;abbassamento del gusto sta diventando il vero vulnus della questione fotografica, perch\u00e9 inizia anche a coinvolgere chi le foto le pubblica e chi ci lavora. Ma questo \u00e8 un&#8217;altra questione. Nonostante tutto, il vasto pubblico avverte che davanti al dolore, alla tragedia, alla morte, si debba avere un confronto rispettoso e delicato come con il sacro, e forse per questo non perdona una manipolazione estetica, anche se funzionale. Il dolore non ha bisogno di abbellimenti. Ma la Fotografia \u00e8 anche arte, sempre, e l&#8217;arte \u00e8 interpretazione. Se cos\u00ec non fosse, riesumate Picasso e chiedetegli di rifare Guernica, perch\u00e9 non \u00e8 oggettivo e realistico, ma troppo originale e d\u00e0 un&#8217;interpretazione troppo personale. Qui poi ci sarebbe da discutere e spendere tante parole rievocando quanto detto sulla fotografia da Barthes, dalla Sontag e da tanti altri. Ma sono discorsi pi\u00f9 che noti e gi\u00e0 citati abbondantemente. Voglio invece fare un&#8217;operazione diversa, portare il discorso a livelli pi\u00f9 comprensibili e semplici, come si fa in una discussione tra amici. E proprio da l\u00ec che prendo spunto. Da un post che ho scritto stamattina su Facebook, linkando l&#8217;articolo di Smargiassi di cui sopra. Accompagnavo l&#8217;articolo con una breve riflessione, che riassume quanto detto in questo articolo: qual&#8217;\u00e8 il limite dell&#8217;estetica di fronte all&#8217;etica? Hanno risposto un po&#8217; di amici, fotografi per la maggior parte. Si \u00e8 discusso, si \u00e8 scherzato anche. Ma di tutti gli interventi, uno in particolare voglio riportare qui. \u00c8 un parere che ho espressamente richiesto, perch\u00e9 so che \u00e8 il punto di vista che finora \u00e8 mancato. \u00c8 un commento di Laura Silvia Battaglia (qui il suo sito), cara amica e giornalista che da anni fa su e gi\u00f9 tra l&#8217;Italia e i paesi mediorientali, una di quelle che la guerra l&#8217;ha vista dal vivo e l&#8217;ha raccontata. Laura \u00e8 stata generosa e invece di un breve commento, mi ha scritto un piccolo articolo, nel linguaggio amichevole e diretto dei social network (e per [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-593","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/593","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=593"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/593\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=593"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=593"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=593"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}