{"id":2995,"date":"2025-11-24T17:01:54","date_gmt":"2025-11-24T16:01:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/?p=2995"},"modified":"2025-11-24T17:01:54","modified_gmt":"2025-11-24T16:01:54","slug":"identity-citta-sguardi-e-soggetti-in-un-mondo-senza-luogo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/2025\/11\/24\/identity-citta-sguardi-e-soggetti-in-un-mondo-senza-luogo\/","title":{"rendered":"IDENTITY &#8211; Citt\u00e0, sguardi e soggetti in un mondo senza luogo"},"content":{"rendered":"<h3>IDENTITY &#8211; Citt\u00e0, sguardi e soggetti in un mondo senza luogo<\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel cuore di ogni epoca si forma un\u2019idea implicita di identit\u00e0. Non una definizione teorica, ma un insieme di condizioni che rendono possibile dire \u201cio\u201d. Oggi, queste condizioni stanno cambiando. Le tecnologie digitali, le intelligenze artificiali, gli ambienti virtuali ridefiniscono i modi con cui ci pensiamo, ci rappresentiamo e ci relazioniamo agli altri. La mostra IDENTITY, allestita presso la Open Studio Gallery di Roma, parte da questa trasformazione e la mette in scena attraverso tre assi tematici: l\u2019ambiente urbano, la relazione con il digitale, e lo sguardo fotografico come forma attiva di coscienza.<\/p>\n<p>Le sezioni dedicate a Garbatella e Copenhagen non sono semplici \u201critratti di citt\u00e0\u201d, ma occasioni per riflettere su due modelli diversi di costruzione del s\u00e9. Garbatella, con la sua storia di citt\u00e0 giardino, rivela un\u2019idea di identit\u00e0 fondata sulla prossimit\u00e0 e sulla memoria condivisa: cortili, ballatoi, giardini che non sono arredo urbano, ma spazi relazionali, capaci di produrre appartenenza. Copenhagen, al contrario, ci mostra un\u2019identit\u00e0 proiettata verso il futuro: adattiva, flessibile, performativa. Una citt\u00e0 costruita per muoversi e per cambiare, dove l\u2019abitare \u00e8 interfaccia pi\u00f9 che radicamento.<\/p>\n<p>L\u2019identit\u00e0, qui, non \u00e8 raccontata in modo didattico. \u00c8 evocata attraverso fotografie, video, suoni, dispositivi interattivi. E, soprattutto, attraverso una riflessione implicita su che tipo di soggetto producono questi spazi. In un\u2019epoca in cui anche il digitale \u00e8 diventato ambiente abitativo, ci si pu\u00f2 chiedere: siamo ancora capaci di sentirci collocati in un luogo? E cosa accade quando l\u2019ambiente non restituisce orientamento, ma solo visibilit\u00e0?<\/p>\n<p>\u00c8 in questo contesto che prende forma la visione curatoriale e artistica di Patrizia Genovesi, ideatrice e autrice di IDENTITY, che in mostra \u00e8 presente con opere fotografiche e installazioni originali, oltre che come curatrice dei contenuti. Il suo sguardo, compositivo, teorico, ma anche percettivo, ha costruito l\u2019intero impianto della mostra: dalla scelta dei luoghi alla riflessione sui linguaggi dell\u2019intelligenza artificiale, dall\u2019organizzazione degli spazi alla struttura concettuale che tiene insieme corpi, citt\u00e0 e coscienze. \u00c8 una visione che non impone se stessa, ma genera contesto: lascia parlare le immagini, orienta senza occupare, interroga senza spiegare. La sua presenza, anche come fotografa AFIP, garantisce che il dialogo tra i linguaggi sia sempre vivo, aperto, coerente.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il punto in cui la presenza degli autori AFIP si inserisce come un controcanto decisivo. Senza spiegare il tema, i loro lavori lo mettono alla prova.<\/p>\n<p>La fotografia di Francesco Lup\u00f2, ad esempio, materializza la percezione di essere costantemente osservati: una sala di \u201cvolti che guardano\u201d dove l\u2019ambiente sembra ostile, e il soggetto \u00e8 esposto senza protezione.<\/p>\n<p>Roberto Ghislandi, con la sua linea produttiva fotografata, racconta l\u2019identit\u00e0 come punto di vista interno a un sistema tecnico: non esterno alla macchina, ma implicato in essa.<\/p>\n<p>Andrea Rovatti lavora sull\u2019ambiguit\u00e0 della percezione: i suoi manichini realistici mettono in crisi lo sguardo, ricordandoci che l\u2019identit\u00e0 visiva \u00e8 una costruzione fragile, spesso ingannevole.<\/p>\n<p>Veronica Carullo propone una luce che rivela ci\u00f2 che normalmente resta invisibile: l\u2019identit\u00e0 come punto di contatto tra esterno e interno, tra dato e vissuto.<\/p>\n<p>Ruggero Giuliani, infine, esplora il tema della moltiplicazione identitaria nel digitale: volti iconici scomposti, replicati, manipolati, che diventano simboli della crisi del s\u00e9 unificato.<\/p>\n<p>Questi lavori non sono \u201cinterpretazioni del tema\u201d: sono espressioni autoriali autonome, capaci di rendere visibile il conflitto tra rappresentazione e verit\u00e0, tra apparenza e struttura. \u00c8 qui che la mostra acquista densit\u00e0: lo spazio non \u00e8 solo architettonico, ma anche mentale, simbolico, linguistico. E lo sguardo fotografico diventa uno strumento per riconfigurarlo.<\/p>\n<p>IDENTITY non offre una teoria dell\u2019identit\u00e0, ma la mette in discussione. Con grazia e precisione, l\u2019allestimento alterna dispositivi multimediali, guida AI, QR\/NFC e momenti di lettura pi\u00f9 lenta, chiedendo al visitatore non solo di osservare, ma di situarsi. Non c\u2019\u00e8 una conclusione rassicurante. Solo una domanda: quando tutto cambia, spazio, linguaggio, tecnologia, dove finisce l\u2019identit\u00e0? E da dove ricomincia?<\/p>\nngg_shortcode_0_placeholder\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IDENTITY &#8211; Citt\u00e0, sguardi e soggetti in un mondo senza luogo &nbsp; Nel cuore di ogni epoca si forma un\u2019idea implicita di identit\u00e0. Non una definizione teorica, ma un insieme di condizioni che rendono possibile dire \u201cio\u201d. Oggi, queste condizioni stanno cambiando. Le tecnologie digitali, le intelligenze artificiali, gli ambienti virtuali ridefiniscono i modi con cui ci pensiamo, ci rappresentiamo e ci relazioniamo agli altri. La mostra IDENTITY, allestita presso la Open Studio Gallery di Roma, parte da questa trasformazione e la mette in scena attraverso tre assi tematici: l\u2019ambiente urbano, la relazione con il digitale, e lo sguardo fotografico come forma attiva di coscienza. Le sezioni dedicate a Garbatella e Copenhagen non sono semplici \u201critratti di citt\u00e0\u201d, ma occasioni per riflettere su due modelli diversi di costruzione del s\u00e9. Garbatella, con la sua storia di citt\u00e0 giardino, rivela un\u2019idea di identit\u00e0 fondata sulla prossimit\u00e0 e sulla memoria condivisa: cortili, ballatoi, giardini che non sono arredo urbano, ma spazi relazionali, capaci di produrre appartenenza. Copenhagen, al contrario, ci mostra un\u2019identit\u00e0 proiettata verso il futuro: adattiva, flessibile, performativa. Una citt\u00e0 costruita per muoversi e per cambiare, dove l\u2019abitare \u00e8 interfaccia pi\u00f9 che radicamento. L\u2019identit\u00e0, qui, non \u00e8 raccontata in modo didattico. \u00c8 evocata attraverso fotografie, video, suoni, dispositivi interattivi. E, soprattutto, attraverso una riflessione implicita su che tipo di soggetto producono questi spazi. In un\u2019epoca in cui anche il digitale \u00e8 diventato ambiente abitativo, ci si pu\u00f2 chiedere: siamo ancora capaci di sentirci collocati in un luogo? E cosa accade quando l\u2019ambiente non restituisce orientamento, ma solo visibilit\u00e0? \u00c8 in questo contesto che prende forma la visione curatoriale e artistica di Patrizia Genovesi, ideatrice e autrice di IDENTITY, che in mostra \u00e8 presente con opere fotografiche e installazioni originali, oltre che come curatrice dei contenuti. Il suo sguardo, compositivo, teorico, ma anche percettivo, ha costruito l\u2019intero impianto della mostra: dalla scelta dei luoghi alla riflessione sui linguaggi dell\u2019intelligenza artificiale, dall\u2019organizzazione degli spazi alla struttura concettuale che tiene insieme corpi, citt\u00e0 e coscienze. \u00c8 una visione che non impone se stessa, ma genera contesto: lascia parlare le immagini, orienta senza occupare, interroga senza spiegare. La sua presenza, anche come fotografa AFIP, garantisce che il dialogo tra i linguaggi sia sempre vivo, aperto, coerente. Questo \u00e8 il punto in cui la presenza degli autori AFIP si inserisce come un controcanto decisivo. Senza spiegare il tema, i loro lavori lo mettono alla prova. La fotografia di Francesco Lup\u00f2, ad esempio, materializza la percezione di essere costantemente osservati: una sala di \u201cvolti che guardano\u201d dove l\u2019ambiente sembra ostile, e il soggetto \u00e8 esposto senza protezione. Roberto Ghislandi, con la sua linea produttiva fotografata, racconta l\u2019identit\u00e0 come punto di vista interno a un sistema tecnico: non esterno alla macchina, ma implicato in essa. Andrea Rovatti lavora sull\u2019ambiguit\u00e0 della percezione: i suoi manichini realistici mettono in crisi lo sguardo, ricordandoci che l\u2019identit\u00e0 visiva \u00e8 una costruzione fragile, spesso ingannevole. Veronica Carullo propone una luce che rivela ci\u00f2 che normalmente resta invisibile: l\u2019identit\u00e0 come punto di contatto tra esterno e interno, tra dato e vissuto. Ruggero Giuliani, infine, esplora il tema della moltiplicazione identitaria nel digitale: volti iconici scomposti, replicati, manipolati, che diventano simboli della crisi del s\u00e9 unificato. Questi lavori non sono \u201cinterpretazioni del tema\u201d: sono espressioni autoriali autonome, capaci di rendere visibile il conflitto tra rappresentazione e verit\u00e0, tra apparenza e struttura. \u00c8 qui che la mostra acquista densit\u00e0: lo spazio non \u00e8 solo architettonico, ma anche mentale, simbolico, linguistico. E lo sguardo fotografico diventa uno strumento per riconfigurarlo. IDENTITY non offre una teoria dell\u2019identit\u00e0, ma la mette in discussione. Con grazia e precisione, l\u2019allestimento alterna dispositivi multimediali, guida AI, QR\/NFC e momenti di lettura pi\u00f9 lenta, chiedendo al visitatore non solo di osservare, ma di situarsi. Non c\u2019\u00e8 una conclusione rassicurante. Solo una domanda: quando tutto cambia, spazio, linguaggio, tecnologia, dove finisce l\u2019identit\u00e0? E da dove ricomincia?<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":2996,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"image","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[8,4,200],"tags":[],"class_list":["post-2995","post","type-post","status-publish","format-image","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-mostre","category-news","post_format-post-format-image"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2995","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2995"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2995\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3022,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2995\/revisions\/3022"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/media\/2996"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2995"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2995"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.afipinternational.com\/news\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2995"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}