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AFIP Domanda a Settimo Benedusi

Nell’ambito delle iniziative che AFIP sta mettendo in campo per aprirsi sempre di più alle nuove generazioni ci è parso utile cominciare col mettere in rete il quesito dei quesiti:
 “In questo terzo millennio di enormi cambiamenti tecnologici, in cui la velocità di fruizione delle immagini prodotte nel mondo è quasi istantanea, esiste ancora una specificità della fotografia italiana, un vedere italiano che differenzi la nostra fotografia da quella straniera?”
Qui di seguito una serie di risposte di esponenti che appartengono a vario titolo al nostro mondo e che serviranno da stimolo per aprire una discussione che speriamo ampia e a molte voci.
Il vostro parere è indispensabile per creare la fotografia del futuro!

“Secondo lei esiste una fotografia italiana? Se si, quali sono le caratteristiche che la contraddistinguono?”

Settimio Benedusi – Fotografo

Risponde: 

La Fotografia penso abbia, se si parla di nazioni, un padre ed una madre molto precisi: la Francia e l’America. La prima (il padre) ha fornito il primo spermatozoo, creandola, la seconda (la madre) l’ha cresciuta e fatta diventare adulta.
Cosa e come possa essere considerata l’Italia in questa metafora non lo so, forse uno zio simpatico che ogni tanto l’ha portata in giro a divertirsi, ma poco più.
Mentre infatti è esistita ed esiste una fotografia francese ed americana molto precisa (così come in verità esiste una fotografia tedesca, inglese, giapponese e addirittura africana…) temo che non si possa veramente dire che esista una Fotografia italiana, con una sua identità definita e con caratteristiche precise. La Fotografia in Italia infatti temo che sia sempre stata vista (e tuttora lo sia!) come un passatempo amatoriale: non è un caso che il suo background forse più solido siano state le associazioni fotoamatoriali (vedi La Gondola, a Venezia) dalle quali peraltro sono usciti grandi nomi.
Ma sempre associazioni amatoriali sono! Con finalità, modalità e caratteristiche ben diverse dagli ambiti nei quali si sono da sempre ritrovati ad operare i fotografi di altre nazioni.
Se penso a fotografi che a mio vedere rappresentino in maniera seria, profonda e storicizzata una visione italiana della Fotografia solo tre nomi mi vengono in mente: Ugo Mulas, Federico Patellani e Giampaolo Barbieri. Certamente esistono tanti altri nomi di fotografi italiani che rappresentano l’eccellenza della fotografia italiana nel mondo, ma non sono così sicuro che possano assumersi l’onore e la responsabilità di essere rappresentativi in maniera esclusiva di una stile italiano.
Mulas, Patellani e Barbieri a mio avviso invece hanno le caratteristiche per potersi definire inequivocabilmente italiani, e nient’altro.
Ugo Mulas rappresenta la mente, il cervello, l’intelletto, caratteristiche forse piccolo borghesi ma che sono e sono sempre state nel nostro dna. Quelle che hanno reso immensa la commedia del cinema italiano, quelle che hanno fatto in maniera tale che fossero scritti libri che sono riusciti a superare le barriere linguistiche, e penso a Calvino.
La mente, il cervello e l’intelletto di Ugo Mulas non a caso, alla fine della sua vita, sono culminate nelle “Verifiche”, baluardo irraggiungibile di una meditazione sulla fotografia, che non ha eguali al mondo.
Federico Patellani è il neorealismo, che è una cosa assolutamente e unicamente italiana: lui è stato colui il quale è riuscito a dargli una dignità fotografica e non solo cinematografica.
Giampaolo Barbieri rappresenta la stagione d’oro della moda italiana, quando c’erano i vestiti italiani, fatti in Italia da sarti italiani, modelle italiane, truccatori italiani, parrucchieri italiani e infine giornali e giornalisti italiani che (nonostante tutta questa italianità?!?) mostravano al mondo che il nostro stile e la nostra eleganza avevano radici culturali antiche e solide.
Ecco, questi tre grandissimi Fotografi fanno in maniera tale che, pur in maniera marginale, forse esista una fotografia italiana, ed abbia in sé le caratteristiche (l’intelligenza, il realismo e l’eleganza) di questi tre grandi autori.

Settimio Benedusi

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