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AFIP Domanda a Ferdinando Scianna

Nell’ambito delle iniziative che AFIP sta mettendo in campo per aprirsi sempre di più alle nuove generazioni ci è parso utile cominciare col mettere in rete il quesito dei quesiti:
 “In questo terzo millennio di enormi cambiamenti tecnologici, in cui la velocità di fruizione delle immagini prodotte nel mondo è quasi istantanea, esiste ancora una specificità della fotografia italiana, un vedere italiano che differenzi la nostra fotografia da quella straniera?”
Qui di seguito una serie di risposte di esponenti che appartengono a vario titolo al nostro mondo e che serviranno da stimolo per aprire una discussione che speriamo ampia e a molte voci.
Il vostro parere è indispensabile per creare la fotografia del futuro!

“Secondo lei esiste una fotografia italiana? Se si, quali sono le caratteristiche che la contraddistinguono?”

Photo by Diego Ronzio

Ferdinando Scianna  –  Fotografo

Risponde:

Buona domanda, difficilissima risposta.
Per molto tempo ho creduto che la fotografia italiana, per ragioni storiche e sociali, soprattutto, non avesse fatto a tempo a costruire un suo sistema di segni, di caratteristiche che la rendessero originale, o almeno riconoscibilmente peculiare.
Non è avvenuto come in Francia, dove la nuova borghesia assume da subito la fotografia come una propria espressione, la acquista e la regala al mondo.
Non è avvenuto come negli Stati Uniti, dove una società giovane che fondava una nuova realtà sociale e politica e mancava di una grande tradizione storico figurativa trova nella fotografia lo strumento per costruirsene una.
Da noi, nazione appena nata ma culturalmente oberata da una tradizione storica culturale forse troppo pesante, la mancata rivoluzione borghese ha impedito che la fotografia fosse sentita e usata come strumento della modernità.
Chi sono i nostri padri fotografici? Il conte Primoli, scrittori come Capuana e Verga, pittori come Michetti, grandi dilettanti “à la page” di quanto succedeva in Europa che sperimentavano la fotografia come gioco e come autocompiacimento estetico.
Quando la fotografia italiana è diventata un fenomeno molto più diffuso, per anni è stato l’affare dei circoli fotografici.  Il crociano Cavalli era il suo profeta.
I fotografi che hanno tentato di uscire da quella pur interessante palude hanno guardato alla fotografia francese e americana, soprattutto.
Un paradosso è, per esempio, che il fenomeno economico culturale forse più cospicuo della contemporaneità italiana – la moda e il design – non hanno saputo costruire contemporanee mitologie di fotografi italiani.
Eppure, il fotografo forse più difficile da collocare, Mario Giacomelli, è un fotografo incontestabilmente italiano. Molto italiano è il cosmopolita Mulas. Sento molto italiani Basilico e Berengo Gardin.
Adesso mi pare di poter dire che anche se è difficilissimo isolare le caratteristiche specificamente italiane della nostra fotografia, pure è possibile, credo, individuarne una certa cadenza speciale.
 Una solida aria di appartenenza alla nostra grande tradizione figurativa, una certa vocazione, almeno fino a un certo momento, alla narrazione sociale e culturale.
Sì, forse esiste una fotografia italiana. Forse.  

Ferdinando Scianna

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